Cibus 2018: la internazionalizzazione del made in Italy alimentare

made in italy bandiera 640x372«Il made in Italy alimentare – sottolinea Antonio Cellie, ad di Fiere di Parma – era fino agli anni Duemila un settore anticiclico molto conservativo nel panorama manifatturiero nazionale. Oggi è tra i più innovativi, con una capacità di reinventare continuamente aspetti sostanziali e simbolici dei prodotti e con imprese di tutte le dimensioni perfettamente sintonizzate sul consumatore e i temi etici e ambientali. La cosa è ancora più straordinaria se si pensa che fare innovazione con lotti di milioni di pezzi, come nel food&beverage, è molto più difficile che farlo su poche decine, come nella meccanica o nel design».

Un settore polverizzato per Dna, quello alimentare (ci sono 62mila imprese attive, Federalimentare ne rappresenta 7mila e sono quelle con più di 9 addetti), ma saldamente al secondo posto, dopo la metalmeccanica, per dimensioni e ruolo nell’industria domestica: vale quasi 400mila occupati e 137 miliardi di euro di fatturato nel 2017 (oltre l’8% del Pil italiano) con un’accelerazione di passo negli ultimi trimestri che rende sempre più urgente trovare nuovi sbocchi all’estero, stante la stasi dei consumi interni. Export che ha, sì, raggiunto i 32 miliardi di euro (+6,3% nel 2017 e +76% negli ultimi dieci anni) ma incide ancora solo per il 25% sul business complessivo, contro una media del 37% nel resto della manifattura italiana, come riportato dal ilsole24ore.com.

«Oggi sarebbe anacronistico auspicare l’internazionalizzazione della Gdo italiana per aumentare la presenza del made in Italy sulle tavole estere – sottolinea Cellie – perché il fattore critico non è avere Esselunga o Coop in Francia ma aiutare Auchan e Carrefour a comprare e vendere meglio “the authentic Italian”. La strada giusta è quella intrapresa da Ice e Federalimentare con la cabina di regia Cibus dal 2010, che ha generato miriadi di iniziative in tutto il mondo per rendere più fluidi e diretti i rapporti tra aziende italiane e retailer esteri».

Nel nuovo padiglione temporaneo dedicato ai 100 prodotti più innovativi si valorizzano nicchie legate a tradizioni e territori che si temeva sarebbero state eclissate dalle produzioni di massa «e invece oggi scopriamo che, mixando tradizione e innovazione, noi italiani siamo riusciti a trasformare prodotti locali di nicchia in prodotti globali, molto più attraenti per il consumatore e profittevoli per retailer e ristoratori rispetto alle referenze main stream», aggiunge l’ad di Fiere di Parma.

La specializzazione in nicchie è anche il passepartout per il made in Italy sui mercati mondiali in epoca di dazi e barriere non tariffarie. «In un mondo che va verso intese bilaterali, noi italiani siamo un interlocutore prezioso seduto ai tavoli commerciali – fa notare Cellie – perché esportiamo grande qualità e non grandi volumi e quindi non urtiamo la sensibilità negoziale della controparte, a differenza dei grandi importatori. Dobbiamo però stare attenti a salvaguardare non solo le denominazioni ma le nostre materie prime, perché senza un forte comparto agricolo alle spalle la filiera rischia di perdere il vantaggio competitivo nel lungo periodo».

Alfredo Santaniello

Alfredo Santaniello

Content Manager at Cogent
Appassionato di nuove tecnologie e sempre attento ai trend dell'industria 4.0, Alfredo si occupa di trovare contenuti che aiutino le imprese italiane ad affrontare le nuove sfide della quarta rivoluzione industriale.
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